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Il Blog di Anna Bruno
Il poeta della videoarte italiana che fece danzare acqua e fuoco dentro i monitor: Fabrizio Plessi
- 25/08/2026
- Pubblicato da: Anna Bruno
- Categoria: arte contemporanea
Se n’è andato anche lui, nei giorni scorsi, il poeta della videoarte italiana, Fabrizio Plessi. Veneziano d’adozione – nato a Reggio Emilia nel 1940 – è tra i primi artisti a trasformare l’immagine elettronica in un flusso poetico, scegliendo come compagni privilegiati elementi naturali dal forte valore ancestrale. Dalla fine degli anni Sessanta, inizia ad interrogare l’acqua e a metterla in scena attraverso installazioni, film, videotape e performance, proprio nel momento in cui il video entra nel lessico delle neoavanguardie internazionali e gli artisti cominciano a esplorarne gli usi oltre il semplice formato televisivo. Plessi si riconosce sin da subito in quella generazione che intuisce con largo anticipo come l’immagine elettronica possa travalicare i limiti dello schermo e farsi spazio, luogo, ambiente.
La sua ricerca, tuttavia, prende presto una piega del tutto personale: invece di esaltare la tecnologia come fine a sé stessa, la intreccia costantemente con elementi originari – acqua e fuoco – e con materie naturali – pietra lavica, legno, ferro, sabbia, paglia, oro –, chiamandoli tutti a dialogare con il flusso elettronico in maniera pressoché dannunziana:
“Tutta la mole della città si faceva aerea, assumeva la trasparenza di un’isola vitrea […]
L’acqua era lo specchio mobile e multiforme di quella metamorfosi.
Sembrava che essa stessa emanasse la luce fluttuante da cui le architetture erano penetrate e trasfigurate.
Il canale profondo risplendeva come una via di zaffiro liquefatto…”
— Gabriele d’Annunzio, Il Fuoco
Foto Space Studio – Tutto Plessi (2024)
A cominciare dall’acqua. Come accade a chi cresce interiormente a contatto con questo fluido elemento, anche in lui, ancora studente di scenografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si sviluppa a poco a poco una vena malinconica e contemplativa: Plessi affida la propria ricerca alle energie di questo elemento inafferrabile, lasciandole scorrere dentro di sé e dentro la sua opera.
Tra i primi sperimentatori di videoarte in Italia, guadagna lui il primato di far fluire l’acqua dentro a un monitor, trasformando lo schermo in un vero e proprio alveo poetico. L’acqua, infatti, è elemento ancestrale per eccellenza, legato al femminile e alle emozioni. E le emozioni scorrono libere ed equilibrate se non vengono generati blocchi che, per quanto nocivi, possono solo essere temporanei, pur lasciando traumi.
Andrebbero sapientemente canalizzate ma lasciate libere di fluire, inconsapevoli e felici, come i video e i pixel che fluiscono liberi pur adattandosi agli schermi e alle architetture storiche o antiche ospitanti le opere‑installazioni dell’artista.
E in Plessi, non sono quasi mai i monitor ad adattarsi all’ambiente, ma il video a determinarne lo spazio, che viene di volta in volta stravolto e ricomposto, come se rispondesse a una regola contaminante imposta dall’accoglienza: da una parte il monitor viene incasellato, incapsulato, ricoperto o scomposto, dall’altra lo spazio “fa spazio”. Entrambi si fanno duttili e resistono alla metamorfosi pur di partecipare al viaggio e produrre, nel percorso, nuova bellezza.
Space Studio – Tutto Plessi (2024)
E il dialogo plessiano tra materiale e immateriale continua con altri elementi – legno, ferro, pietra lavica, sabbia, paglia e oro – materie obbedienti alla trasformazione; con la materia luminosa, il neon; e con quella aerea, il vento, che come il video viaggia nell’etere sotto forma di onde elettromagnetiche.
E ancora con ciò che è opposto all’acqua: il fuoco, energia primordiale allo stato puro, passione ma anche forza distruttrice che, allo stesso tempo, purifica e rigenera. È il fuoco che consente a Plessi di lavorare sulla luce artificiale dei pixel, trasformando lo schermo freddo in una fonte di calore visivo ed emotivo e, quando è accostato all’acqua, di creare un cortocircuito percettivo. È il fuoco prodotto dalla lava incandescente, fuoco liquido, sempre pronto a solidificarsi e dunque in un continuo cambiamento di stato, a riportare l’arte all’antica vocazione alchemica.
Intanto la tecnologia – il monitor – fa da tramite, permettendo a questi due elementi opposti di coesistere nello stesso spazio senza annullarsi. Le forze originarie, canalizzate dalle mani dell’artista come fossero emozioni, sono lasciate libere di scorrere all’interno di monitor‑contenitori, come liberi scorrono tempo e vita, fino a risultare definitivamente “umanizzate”.
Per Plessi, l’uso dell’acqua e del fuoco elettronici è ogni volta un modo per creare un ponte tra passato e futuro. Non considera la tecnologia un nemico della natura, ma un mezzo contemporaneo per dare una nuova, quasi eterna forma agli elementi primordiali che accompagnano da sempre l’umanità. Un’idea che trasmette anche ai suoi studenti in Germania, dove in qualità di docente di Scultura e Media alla Kunsthochschule für Medien di Colonia, contribuisce alla formazione di una generazione di artisti della videoarte e dell’installazione multimediale: li incita a usare criticamente questo strumento, trasformandolo di volta in volta, senza mai lasciarsi manipolare da esso.
Tuttavia, le sue installazioni non nascono ex abrupto: sono ogni volta il risultato di un metodico rapporto tra mente, mano, matita e foglio. Il disegno, per Plessi, rappresenta l’acmé del momento creativo, una pratica quasi ossessiva che precede la rapida messa in opera. Quando viene invitato in una realtà museale o alla Biennale, entra nello spazio vuoto e comincia subito a immaginare ciò che sarà, lasciando fluire i pensieri sul foglio, su innumerevoli fogli – che oggi moglie e figlio stanno cercando di riordinare e archiviare.
Nasce così Acquabiografico: 250 progetti racchiusi sotto questo titolo, disegni su carta rimasti su carta e mai diventati opere compiute, forse per l’utopia e la visionarietà che portavano e che portano ancora in sé. È in questo intreccio di progetto e immaginazione, di grafite e visione, che va cercata l’origine del suo percorso nella videoarte.
L’occasione di realizzare i primi videotape gli arriva nel 1973, grazie alla collaborazione con il Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Nel 1981 il video Underwater approda alla Mostra del Cinema di Venezia, viene poi presentato al Centre Pompidou di Parigi e gli apre la strada alla fama internazionale. Ha così modo di esporre in musei, rassegne e manifestazioni in Europa, Asia e Stati Uniti.
E tuttavia Venezia resta per lui l’ambiente ideale, il luogo in cui far ripartire ogni volta le idee: dal suo studio‑pensatoio alla Giudecca e dallo spazio di lavoro nell’area dell’Arsenale, dove progetta le installazioni, spesso in dialogo diretto con l’acqua e con l’architettura lagunare. L’acqua reale e l’acqua elettronica fluiscono insieme fino a divenire un tutt’uno ai suoi occhi, mentre la città viene riletta attraverso un medium pienamente contemporaneo.
Non sorprende, dunque, che partecipi più volte alla Biennale di Venezia e che, in particolare, nel 1986 rappresenti l’Italia alla 42ª edizione con l’installazione Bronx, passaggio cruciale nella definizione della sua grammatica installativa, destinata a realizzarsi in dimensioni sempre più monumentali.
“Le torri degli uffici di acciaio e vetro emergevano
dalle acque limacciose come obelischi dimenticati di una civiltà sommersa […]
Sotto la superficie, i riflessi dei vecchi neon e
dei circuiti elettrici spenti sembravano ancora pulsare di una vita fossile,
catturati nel limo profondo e cullati dalle correnti calde,
mentre il tempo tornava a scorrere all’indietro, verso l’era dei rettili.”
— J.G. Ballard, Il mondo sommerso
La sua prima installazione di grandi dimensioni, Mare Verticale – 44 metri di altezza – la realizza nel 2000 per il Padiglione italiano all’Expo di Hannover e, da allora, il video assume una vera e propria dimensione architettonica. Una monumentalità in crescita, sempre dettata dal disegno: tracciato ormai senza freni mentali sul foglio, il segno si fa esso stesso spazio.
Anche qui, tuttavia, Plessi non abbandona il suo geometrismo, il lavoro sui volumi squadrati e cilindrici, né la disposizione ritmica e rituale delle sculture all’interno dello spazio espositivo. Intanto la materia – le canoe, simbolo del viaggio per eccellenza – si lascia scavare, scomporre, a volte frantumare da monitor incastonati al loro interno, senza tuttavia perdere mai la propria identità.
Un artista italiano, come molti in questo Paese, che per affermarsi ha dovuto guardare altrove: l’estero come luogo di lavoro, l’Italia come luogo dell’anima, serbatoio inesauribile di visioni e di idee. Un artista discreto e tenace, che ha insegnato a vedere la tecnologia non come un idolo, ma come un canale attraverso cui far scorrere ancora una volta acqua, fuoco, luce “illuminante” e memoria. Un artista a cui, ancora oggi, la videoarte deve molto, e che ha lasciato nei monitor, nei disegni, negli spazi attraversati dalle sue installazioni una sorta di firma liquida, destinata a continuare a vibrare.
Qui di seguito, una preziosa intervista a Fabrizio Plessi per I Martedì Critici – ciclo di incontri con gli artisti contemporanei ideato nel 2010 e curato dal raffinato e sensibile critico d’arte Alberto Dambruoso:
https://imartedicritici.com/?s=Fabrizio+Plessi
L’intervista è avvenuta un anno dopo il suo ulteriore e ultimo cambiamento, quando il suo barocchismo – spesso così giudicato – si asciuga ancora di più, diventando sempre più minimale, vicino all’Arte Povera, e restando costantemente in tensione tra mistica e razionalità. A partire dal 2010, infatti, Plessi volge definitivamente lo sguardo al digitale e punta all’ “anima della tecnologia” con l’opera Digital Wall: grandi quadri digitali, schermi LED 100×60 cm all’interno dei quali si liberano cascate d’acqua dai colori cangianti, si animano cerchi di fuoco e lampi, colate di lava. Il suo quarantennale lavoro si ricompone in una altisonante e al tempo stesso essenziale bidimensionalità:
«Ho eliminato dal mio lavoro le scorie pittoriche, teatrali, spettacolari – racconta – puntando al cuore, all’anima della tecnologia. Vi ho inserito la parte più atavica, barbarica e primordiale del mio immaginario: manifestazione dell’energia emanata dalla Terra Madre».
È proprio in questo senso che il viaggio di Fabrizio Plessi, artista e uomo, può essere ricondotto a un viaggio ancestrale di elevazione, a quell’idea di “eterno ritorno”. Un artista che puoi amare, rifiutare o che può semplicemente incuriosire, a seconda della “tappa” del viaggio raggiunta da ognuno su questa terra.



