Scrivere di Arte ed Educazione all’Arte, di Miti e Fiabe, giardini e Natura, è acquisire ogni volta ulteriori pezzetti di universale Bellezza!
Il Blog di Anna Bruno
Alla personale “nuova Flatlandia” dell’artista Elio Rumma “Assenza/Essenza/Rigpa, a cura di Anna Bruno
- 25/02/2026
- Pubblicato da: Anna Bruno
- Categoria: arte
Fuggiti dal fuoco della Geenna, dove l’algoritmo era stato macigno soffocante per il loro animo inquieto, le miriadi di sagome antropomorfe, fitoforme e zoomorfe e di simboli metafisici di Elio Rumma sembrano lasciarsi trascinare dalla poliritimìa della musica jazz. E tra improvvisazione, bluenote e lenta progressione armonica, si sono già spogliati di tutto il materiale per ritornare essenza, archetipi ed esemplari pronti a farsi da tramite tra il Cielo e la Terra.

E simboli e sagome sono proiezione dello stesso artista che, dopo aver spaccato il guscio del suo ego, si è ritrovato ad esperire l’essenza del suo sé più profondo, dove risiede la tanto ricercata leggerezza. E per aiutarsi a farlo, distrugge alcune delle sue tele, bruciandole.
Rumma compie i suoi primi passi – fondamentali – verso la manifestazione dell’essenza, sulle cime dell’Himalaya, dove trascorre cinque anni della sua vita, e il cinque è il passaggio dal materiale allo spirituale in numerologia, è il movimento progressivo ascendente, è l’evoluzione verticale, per poi sbarcare, grazie al cinema, sulle coste del Brasile, con cui stringe un lungo sodalizio durato vent’anni. E nel paese Verde-oro, si lascia ammaliare dai culti afromericani, anche grazie all’incontro con l’artista brasiliano Rubem Valentim (1922-1991), i cui colori e simboli delle sue opere hanno trovato ispirazione da Candomblè e Umbanda così come dagli xangô axe, simboli del Candomblé e che nel suo “Manifesto Ainda que Tardio” (“Manifesto anche se in ritardo”), pubblicato nel 1976, tenta di spiegare insieme alla sua filosofia, raccontando altresì del suo sforzo di trovare una comunicazione universale tra gli emblemi dei diversi culti africani. Così, nell’arte di Valentim prima e di Rumma poi, la geometria torna ad essere al servizio dell’impegno di creare strutture sensibili da affiancare alle espressioni di matrice popolare e sincretica del Brasile. Le figure si fanno allora ieratiche, solenni, immobili e rituali, come in passato erano state le figure sacre, bizantine e ancora prima quelle egizie, caratterizzate da austerità e compostezza.

Così Rumma ha finito con l’aprire le danze con Yemanjà, la dea dispensatrice d’amore e madre di tutti gli Orisha- le intense energie che ammantano il visibile e l’invisibile -, e con le figure e i simboli archetipici dei suoi stessi lavori. E figure e simboli volteggiano in un’anarchica e sempiterna ricerca dell’armonia, su tele o tavolette di legno che paiono lembi di terra desertica all’interno di cerchi o di quadrati alchemici, dove il vuoto ospita, rivestendosi di colori squillanti, figurine e simboli, senza che tra loro vi sia gerarchia alcuna. Perché il deserto è vuoto, e tuttavia il vuoto non è assenza, ma essenza, presenza del sé. Il vuoto è suono silente, è musica per orecchie attive e danza per corpi divenuti come piume al vento, quella stessa danza attraverso cui Yemanjà richiama all’amore solo chi, avendo lasciato definitivamente andare le vesti del fruitore, si sublima in spett-attore.

E in questa danza leggiadra, allora, le figure ed i simboli archetipici si allineano e si posizionano a distanza, con cadenza ritmica, salvaguardando ognuna il proprio spazio vitale. E tuttavia, si fanno da specchio l’una per l’altra e, in queste fattezze e posizione, si lasciano ammirare e, come fossero “pro-nipoti anarchici del castigatore Abbot, muovono verso una nuova Flatlandia finalmente rifondata e ciclicamente rifondabile dalle fondamenta” scrive con delizia Bruno Aller, artista e curatore della personale di Elio Rumma a Salerno nel 2019.

Per realizzare le sue opere Elio Rumma utilizza acrilici su multistrato di legno o tela, e le figure o i simboli sono intagliati, non a caso, sul duttile e leggero legno di balsa (Ochroma pyramidale), un albero della famiglia Malvaceae (sottofamiglia Bombacoideae), di cui l’America centro-meridionale gode in abbondanza. L’artista infatti, approdando all’universalità del segno e della sagoma, approda alla leggerezza, resa possibile da un equilibrio ritrovato tra materia e spirito.

Elio Rumma è un artista fuori dalle righe e salernitano di nascita (classe 1946), studia filosofia presso l’Università Federico II di Napoli e, nel 1967, fonda la Casa Editrice Rumma editore col fratello Marcello. Sempre con il fratello, allestisce mostre come quella dedicata all’Arte povera ad Amalfi nel ’68. Alla morte del fratello, Rumma si dà alla musica e si innamora del jazz e del rock ed esplora, lui stesso da protagonista, mondi e linguaggi diversi, come quello della settima arte, il cinema, in qualità di sceneggiatore, regista e montatore per cui realizza documentari per la RAI e intesse una grande amicizia con Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Age e Scarpelli, Ettore Scola, Gillo Pontecorvo, nonché le arti visive. Nel 1972 fonda il Filmstudio a Trastevere. Intraprende numerosi viaggi, ma quelli che segneranno la sua vita e la sua arte saranno i cinque anni spesi sull’Himalaya e poi quelli passati in Brasile “Apparentemente, racconta l’artista, l’antica cultura tibetana del Bon e il Candomblè afrobrasiliano appartengono ad universi molto distanti, ma in realtà hanno basi comuni nello sciamanesimo e nel culto animistico delle forze della natura, dove non c’è posto per l’egoismo, ma un senso di osmosi con la natura tutta” da qui il titolo della mostra: Assenza Essenza/Rigpa, dove per Rigpa, termine tibetano di fondamentale importanza nel Buddhismo, si intende “natura della mente” o “consapevolezza pura”.
La personale di Elio Rumma, con la curatela di Anna Bruno, si terrà dal 05 marzo al 05 aprile ad Angri (Sa), presso la Galleria Pagea Arte Contemporanea, via Concilio 99.
Lascia un commento Annulla risposta
Anna Bruno








