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Il Blog di Anna Bruno
Dalla lacerazione all’armonia: Metamorphoses, l’arte che trasforma di Wu Jian’an
- 04/05/2026
- Pubblicato da: Anna Bruno
- Categoria: arte contemporanea
Procedono lente e danzanti, dalla lacerazione alla Luce, sospese tra Oriente e Occidente, le opere di Wu Jan’an (Pechino 1980), alla mostra “Metamorphoses”, l’arte che trasforma, dedicata all’artista e curata da Umberto Crocco per la Fondazione Berengo e visitabile, fino al 17 maggio pv, alle Terme di Diocleziano a Roma.
Installazioni e sculture di materiale diverso che scorrono come trascinate da silenti melodie archetipiche, entrate elegantemente in simbiosi con le imponenti e terrose mura delle più grandi terme di epoca romana alla città eterna. E la simbiosi è totale, pure con gli ospiti ormai perenni delle antiche terme, come le statue iconiche in marmo della Gens Sulpicia, poste a guardia del Sepolcro dei Platorini e con il fluire morbido dei loro panneggi. Un gioco sensuale di visto e non visto, dove la mente e la mano dell’uomo sono percepibili ma mai evidenti.
In questo ambiente altisonante, il percorso seguito dalle istallazioni dell’artista cinese sembra snodarsi e svilupparsi come segnato da una musica silente eppure presente e trascinante in una sorta di sospensione poetico-temporale, tra Oriente e Occidente.
E l’intreccio visto-non visto altera ogni possibilità di successione cronologica delle opere, per farsi puro viaticum che, in quanto valigetta del viaggiatore anemico, si mostra perdurante, dal caos all’ordine. E il viaggio inizia dalla seducente e carnosa installazione, le cui enormi sagome di cuoio lavorate, a volte forate, cucite e stoccate, sono anch’esse sospese tra la Terra e il Cielo, grazie alla struttura portante che corre lungo tutta la prima sala delle Terme per sfociare nella seconda sala espositiva. Ma è qui, nella prima sala, che la pelle inizia il suo macero. La pelle, soglia di separazione tra l’esterno e l’interno, tra il circostante e l’interiorità, tra la Luce e l’Oscurità, tra il visibile e l’ invisibile, è chiamata ad attraversare la sua fase Nigredo, perché il vecchio bruci e lasci il posto all’incombere della Luce, caravaggesca e perciò illuminante.
Una luce che passa indisturbata, e che, come la fata turchina di Pinocchio, con la sua bacchetta magica, sfiora la pelle traslucida (di tradizione antica per l’artigianato cinese) facendo sì che elargisca emanazioni nell’ambiente circostante e pure sul viandante entrato per “capire”. Tuttavia, con sua somma sorpresa, viene inghiottito dalla confusione a causa dell’abbondanza. E quasi incredulo e un po’ atterrito, si pone anche lui in sospensione, e in una pura osservazione… prima di potersi coinvolgere e subire anch’egli quella stessa metamorfosi alchemica di ovidiana memoria, e trasformarsi così in spett-attore.
L’enorme installazione di cuoio lacerato, di pelle bruciata, strappata, a tratti rattoppata, ma poi ancora ridotta a brandelli, è irta di vuoti e di pieni e i vuoti e i pieni gli fungono da specchio terrorizzante. Il viandante deve potersi liberare del vecchio, per far spazio al nuovo: “Perché l’otre possa accogliere il vino novello, deve essere nuovo, altrimenti si spacca”, avvertono i vangeli sinottici. E i vuoti allora sono già pienezza, possibilità.
Ad assistere a tutta questa lacerazione, sono giocose sculture, realizzate con le tecniche di lavorazione del vetro di Murano, colorate e traforate, come fossero merletti ricamati, evocanti le figure storiche e mitologiche di Luigi Ontani (Vergato, 1943). E il vetro, in opposizione alla pelle, è trasparenza e rimanda alla fragilità. Il vetro cadendo si riduce in mille pezzi, e ne pare cosciente, la pelle no! Al contatto col fuoco la pelle si lacera, brucia. Al contrario, il vetro si fa duttile e si lascia trasformare e modellare in altra forma, in una miriade di forme e la sua trasformazione sotto la direzione del calore è danza, è leggerezza e leggiadria.
La visione dell’artista allora è già oltre, supera il tempo scandito dalle stagioni per seguire l’illuminazione, in un campo visivo che sembra sgretolare le indiscutibili certezze, per riportare all’unione delle differenze, all’equilibrio tra caos e ordine.
E la Luce giunge dall’opera The Heaven of Nine Levels, sospesa come discendesse dall’alto dei cieli ed i cui fori da una parte, l’uno accanto all’altro, segnano i contorni alle figure, dall’altra si fanno soglie liberatorie per la Luce affinché possa discendere fino al suolo ed incontrare il mito, ma pure il viandante, ormai definitivamente spett-attore per risucchiare anche lui nell’unità delle differenze. E lo spazio allora diventa spazio cosmico.
Ma lo spazio cosmico va anche oltre e comprende la terza sala, dove quadri immensi accolgono un miscuglio di elementi e personaggi mitologici, alcuni senza bocca a suggerire una comunicazione non più umana, ma sacra, e ancora di tradizione sia orientale sia occidentale. E ognuno di questi quadri porta in sé uno dei colori della trasformazione: il rosso, l’arancio, il giallo, il verde, blu, indaco e violetto. Qui, il caos è definitivamente entrato in armonia con l’ordine, nonostante gli stridori della caduta, necessari all’esperienza e alla conseguente consapevolezza.
Un plauso al curatore Umberto Croppi e un grazie sentito all’artista!
Qui di seguito il mio video-invito a visitare la mostra. Buona visione!

Sai dare un valore aggiunto alle opere d’arte con la tua voce che cerca di farci entrare dentro l’opera stessa
È sempre un piacere ascoltare le tue descrizioni che riescono a farci immergere nella visione dell’artista. Hrazie Anna
Sai dare un valore aggiunto alle opere d’arte con la tua voce che cerca di farci entrare dentro l’opera stessa
È sempre un piacere ascoltare le tue descrizioni che riescono a farci immergere nella visione dell’artista. Hrazie Anna
Merci pour cette belle visite et ces commentaires éclairés
Sai dare la opera d’arte una visione romantica. Brava