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Il Blog di Anna Bruno
Orma_Amor_Roma: il viaggio visionario dell’archeo-tetto Piero Meogrossi
- 18/08/2026
- Pubblicato da: Anna Bruno
- Categoria: arte arte contemporanea curatela educazione all'arte
Paiono uscite da un groviglio di termini dispersi nei secoli, e dal tempo svuotati di significato, le parole Orma_Amor_Roma. Combinate come elementi speculari di un treno di pensieri, dall’archeo-tetto Piero Meogrossi, formano un palindromo ideale: uno scioglilingua per il divertimento di tutti i bambini del mondo o, molto più semplicemente, di quel bambino ancestrale ‘domiciliato’ nell’uomo Meogrossi, così come in ognuno di noi, ma spesso sotterrato dalle nostre oscurità più recondite. Un gioco di parole che improvvisamente si divincola con forza tra le ombre per risalire vittorioso dall’inconscio collettivo fino alla memoria; ed è attraverso la sua visione illuminata che questa formula riprende quota, riappropriandosi del suo più profondo significato animico.
Successe un giorno che l’irruente Meltemi cretese soffiò così impetuoso da spingersi, mitigato nel dolce Ponentino, sulle coste laziali. Arrivò fino al Colosseo – di cui Meogrossi è stato direttore tecnico dal 1980 al 2011 – proprio nel momento in cui il suo bambino interiore saltava giù dal carro dell’omino di burro di collodiana memoria. Curioso, il fanciullo andò incontro a quel vento, lasciando che gli si insinuasse nell’orecchio sinistro e si impadronisse, quasi furtivamente, della ghiandola pineale, prima ancora di raggiungere la mente critica e colta dell’archeo-tetto per indurla a lasciarsi andare.
disegno (china) – Piero Meogrossi
Vi chiederete: perché proprio il maldestro orecchio sinistro, che la tradizione occidentale ha storicamente associato ai cattivi presagi, e non il destro? Mi precipito a svelarne l’arcano. La diffusione di questa credenza occidentale è più recente ed è il risultato di una paura collettiva verso l’ignoto – e dunque di una superstizione – piuttosto che una verità scientifica o un assioma filosofico. Al contrario, nelle culture primordiali e per le filosofie orientali, la parte sinistra del corpo è legata all’energia lunare e, di conseguenza, alla pura ricettività. Un dato, questo, confermato anche dalle neuroscienze moderne: studi recenti attestano infatti che è proprio l’orecchio sinistro a raccogliere le informazioni per inviarle all’emisfero destro del cervello, deputato all’elaborazione delle emozioni, del tono della voce, della musica e delle verità nascoste dietro le parole.
disegno e annotazioni (china) – Piero Meogrossi
In ascolto del suo bambino interiore e guidato dal Ponentino informatore, l’uomo Meogrossi gioca e si diverte, studia, ricerca, annota e disegna, incurante dell’etichetta di visionario assegnatagli dai cultori della linearità e del tangibile storico. Ed è come se i pensieri si facciano linee, parole sovrapposte, scarabocchi ancestrali perfettamente inseribili lungo le traiettorie dei luoghi che attraversa. Intanto, l’antico palindromo svela a lui una realtà rimasta celata per secoli. È un fenomeno che si inserisce in un’epoca in cui numerose città millenarie, scomparse nel tempo a causa di guerre e invasioni, tornano contemporaneamente alla luce. Pensiamo a Tenochtitlán, la magnifica capitale dell’impero azteco, sepolta sotto le fondamenta imposte dai conquistadores spagnoli, le cui rovine del Templo Mayor continuano a riemergere nel cuore di Città del Messico. O ancora a Derinkuyu in Cappadocia, e a Tugunbulak, la metropoli d’alta quota rimasta nascosta appena sotto la superficie delle dolci colline del Turkestan. Questo risveglio avviene in un tempo in cui persino le antiche fiabe matriarcali svelano i loro significati più spirituali – volutamente occultati nel passaggio dall’homo faber all’odierno homo technologicus – e lo fanno parlando a quella parte di umanità che ha riscoperto il desiderio della cura interiore e dei suoi passaggi, tanto sofferti quanto naturali.
È proprio in questo panorama di risveglio globale che l’intuizione di Meogrossi si fa mappa geometrica, trasformando il gioco di parole in una rigorosa e millenaria verità urbana.
Il Mediterraneo – disegno e annotazioni – Piero Meogrossi
l Cosmos di Roma: Geometria Sacra e Connessioni Transmediterranee
Così, Meogrossi, con consapevolezza o meno, si lascia andare al desiderio prorompente di “profumi” ed illuminazione. Seguendo il proprio intuito, combina i risultati delle ricerche archeologiche, della scienza classica e quantistica, architettoniche e astronomiche, facendosi interprete di questi significati universali per la collettività. E lo fa attraverso un gioco di parole, archi, tetti, stelle e pianeti, continuando a restare in ascolto del suo bambino interiore, impaziente di seguire un filo rosso che da Roma lo porta a Creta.
Installazione – Piero Meogrossi
Intanto, in quest’avventura, i suoi disegni e le sue annotazioni diventano a mano a mano centinaia, forse più di un migliaio: il disegno per lui è racconto, processo artistico-trasformativo, idea che si fa realtà eretica, visionaria ed eutopica più che utopica. Sotto l’intricata stratificazione della Città Eterna si celerebbe un percorso energetico, un ordine geoastronomico che legava – e forse lega ancora – i monumenti più importanti fin dalla fondazione. Queste opere sono ancora visioni, trasformazioni e possibilità di elevazione continua per lo spirito, in una costante analogia e connessione con la Ziggurat mesopotamica e il suo essere tramite tra Cielo e Terra.
“visione di P. M. per una Torre Colosseo”, a cura di Zoran Djukanovich (Unversita’ Belgrado)
Esempio esaustivo al riguardo è l’Anfiteatro Flavio e la sua forma a uovo.
- Definizione Storica: L’espressione “Coliseum in specie ovi” è attribuita a Cassiodoro, che descriveva l’anfiteatro proprio attraverso la metafora dell’uovo per la sua pianta policentrica.
- Dettagli Architettonici: Un legame tangibile è visibile nei capitelli del III e IV ordine dell’Anfiteatro Flavio. Invece della tradizionale rosetta centrale, sono scolpite delle uova, un dettaglio che sottolinea l’intenzionalità simbolica del progetto.
- Simbolismo della Rigenerazione: La forma a uovo rappresenta il mito dell’“uovo cosmico”, simbolo universale di rigenerazione e rinascita. Il Colosseo è descritto nelle fonti come un “ovale rigenerativo”, uno spazio sacro dove i giochi (munera) servivano a rigenerare la memoria collettiva e l’identità di Roma attraverso il tempo.
- Rapporto con la Meta Sudans: Esiste un legame geometrico e topografico tra l’ovale del Colosseo e la vicina fontana Meta Sudans. Alcune monete antiche raffigurano la fontana con un’appendice a forma di uovo che punta verso la base del Colosseo, agendo come “deferente” di un sistema generativo che metteva in comunicazione terra e cielo.
- Strumento di Misura Astronomica: La forma ovale del Colosseo non era solo estetica, ma funzionale a un “computer analogico” capace di misurare i cicli solari e lunari. L’asse longitudinale dell’anfiteatro è allineato all’Axis Paliliae (70° 24’ N), la direttrice legata alla fondazione di Roma del 21 aprile, trasformando l’edificio in una bussola per il viaggio tra passato, presente e futuro.
- Geometria Policentrica: La costruzione della forma ovale si basava su un sistema di triangolazioni sacre (rapporto pitagorico 3-4-5) che permettevano di tracciare le curvature necessarie, raccordando le diverse parti del monumento in un disegno unitario.
L’Orma e il Cosmo: L’Asse Urbano e la Matrice Universale nella Visione di Piero Meogrossi
«Come sopra così sotto, come in Cielo così in Terra». È una visione che riflette perfettamente la cosmologia delle prime civiltà stanziali della storia – come Sumeri, Egizi e Babilonesi – per le quali l’ordine celeste era lo specchio di quello terrestre. Meogrossi traduce questo principio in due concetti chiave: la teoria dell’Axis Urbis e la formula palindroma Orma_Amor_Roma. L’asse urbano, principio fondante dell’urbanistica antica e in particolare di quella romana, individua una direttrice geografica, simbolica e sacrale attorno a cui si organizza lo spazio cittadino, connettendo la dimensione terrena ai cicli del cielo. Un legame, questo, riscontrabile nella monumentale pianta marmorea della Città Eterna – la gigantesca mappa voluta da Settimio Severo – giunta fino a noi come un immenso puzzle con migliaia di frammenti mancanti.
Forma Urbis
Tuttavia, questa linea non si esaurisce entro i confini dell’Urbe. Nelle sue ricerche più estese, Meogrossi rintraccia l’origine di questa sapienza geometrico-astronomica in una fitta rete transmediterranea che trova il suo fulcro a Creta, in particolare nell’area meridionale dominata dai monti Asterousia. Esiste una “Creta lontana e dentro Roma”: l’isola non è solo uno spazio geografico, ma la culla spirituale dell’archetipo del Labirinto. Il labirinto d’acqua romano – legato ai sistemi idrici sotterranei, alla Cloaca Massima o ai percorsi rituali legati alle acque sacre del Tevere e della valle del Colosseo – diventa così il riflesso speculare di quello cretese, unendo le due estremità del Mediterraneo sotto un unico disegno geometrico-sapienziale.
Il nucleo della sua tesi si basa su tre pilastri principali riscontrabili nel disco di Festo (datato tra il 1800 e il 1600 a.C.) – un disco d’argilla rinvenuto nel 1908 dall’archeologo italiano Federico Halbherr e dal suo gruppo di lavoro mentre scavavano nel sito di un palazzo minoico a Festo, nel sud di Creta e soggetto ancora a multiple interpretazioni -:

1. Il Labirinto Unicursale come Matrice
Per Meogrossi, il punto di partenza è la forma stessa dell’iscrizione del disco di Festo in cui compaiono 45 diversi segni figurativi o pittogrammi ripetuti in una sequenza di 241 caratteri complessivi (le occorrenze) e disposti a spirale sia sul lato A sia sul lato B.
2. La Struttura a Palindromo (o Bifronte) A/B
Nel percorso spiraliforme dei 241 segni, disposti su entrambi i lati, Meogrossi individua una specularità strutturale: la disposizione delle sequenze di pittogrammi (cioè dei “blocchi” di segni, delle formule ricorrenti) suggerisce una metrica precisa, come se il testo fosse un inno ritmato o la partitura di una danza rituale che segue uno schema chiuso e ripetibile. Questa doppia faccia permette di leggere il disco come schema bifronte (due facce, due versanti di uno stesso percorso unitario) e come struttura palindromica, non necessariamente nel senso strettamente letterale (stesso ordine di segni avanti e indietro), ma nel senso di percorso di andata e ritorno
In altre parole, Lato A e Lato B possono essere interpretati come le due fasi di un unico movimento rituale:
- Andata: dalla periferia esterna (inizio della spirale) verso la zona più interna (cuore del tracciato);
- Ritorno: un “ri-emergere” dal centro verso l’esterno
Questo rispecchia esattamente il gesto di entrare nel labirinto, raggiungere il centro e uscirne seguendo la stessa via (unicursale). Secondo la lettura di Meogrossi, la spirale non è un semplice espediente grafico per riempire un disco rotondo, ma ricalca intenzionalmente la geometria del labirinto cretese unicursale, un tracciato a una sola via, senza bivi e senza vicoli ciechi, che ti conduce dall’esterno verso un “centro” e simbolicamente, ti consente anche un ritorno. In questa prospettiva, i 241 segni rappresentano il “percorso completo” lungo la spirale-labirinto; mentre i 45 pittogrammi sono i “moduli” simbolici che ritmano questo percorso.
3. Il “Codice Cretese” e il Mito della Fondazione
Pertanto, nel quadro interpretativo di Meogrossi, il disco di Festo non è solo un manufatto scritto (da decifrare foneticamente o linguisticamente), ma il frammento visibile di un più ampio “codice cretese”: un sistema geometrico-architettonico, una sorta di pianta miniaturizzata del percorso labirintico che mette in relazione il mito (labirinto di Dedalo, Minotauro, percorso iniziatico), le prime forme di pianificazione dello spazio nel Mediterraneo, e un’idea di fondazione urbana legata all’ “Asse del mondo”, una rappresentazione astratta dello spazio sacro e rituale minoico, in cui il fedele (o il danzatore, o l’iniziato) compie un cammino predefinito verso il centro.
a) Dal labirinto al codice di fondazione
La combinazione fra il tracciato spiraliforme unicursale (matrice labirintica), i segni-occorrenze e il repertorio di pittogrammi-tipi, viene letta da Meogrossi come espressione di una “matrice universale”, un codice geometrico identitario che integra:
- l’idea di Axis Urbis (asse urbano di fondazione): l’asse principale che organizza la pianta di una città (centro: cardo/decumano, orientamento ai punti cardinali o eventi celestiali);
- l’Asse Cosmico (orientamento al cielo, ai moti astrali): l’idea arcaica di un “pilastro del mondo” (axis mundi) che connette sottoterra/terra/cielo e centro rituale/comunità/cosmo;
- e la misurazione sacra del territorio;
tutti già leggibili – in forma concentrata – nel disco. In questa prospettiva, il labirinto unicursale non è solo mito narrato, ma un modello di spazio usato per riti di passaggio (ingresso/uscita dal centro), e come archetipo di impianto urbano (centro-assi-recinti).
Il disco, di conseguenza, condenserebbe in miniatura: una grammatica di segni (pittogrammi, combinati in occorrenze) disposta lungo una figura geometrica (la spirale/labirinto), che veicola un’idea di fondazione e orientamento (Axis Urbis/asse cosmico)
disegno (china) – Piero Meogrossi
b. Dalla Creta minoica a Göbekli Tepe
Il nucleo più ampio della ricerca di Meogrossi cerca di tracciare una “mappa dei segni” comuni alle culture mediterranee e vicino-orientali, collegando:
- L’origine a Creta
Creta non è solo il cuore della civiltà minoica, ma un crocevia in cui la geometria dello spazio (palazzi, corti, percorsi labirintici) e i primi sistemi di segni (geroglifico cretese, lineare A/B) riflettono una codificazione profonda del sacro e della misura territoriale.
- Il disco di Festo, in questo contesto, rappresenta un nodo di quel codice: un oggetto che unisce scrittura, geometria e rituale.
- Il disvelamento di Göbekli Tepe
Spostando lo sguardo molto più indietro nel tempo (X-IX millennio a. C.), Meogrossi individua in Göbekli Tepe (nell’alta Mesopotamia, Mezzaluna Fertile) una sorta di “punto zero”: i celebri pilastri a “T”, istoriati con animali e segni geometrici, non sarebbero semplici decorazioni, ma un linguaggio visivo primordiale. Questi pilastri monumentali articolano uno spazio sacro circolare, governato da assi simbolici e da una chiara intenzione cosmologica (rapporto terra-cielo, comunità-cosmo).
Secondo questa impostazione, prima delle città mesopotamiche storiche e della scrittura cuneiforme esisteva già un codice strutturato di simboli e geometrie sacri, usato per organizzare lo spazio rituale (cerchi, assi, recinti) e fissare nella pietra una visione cosmologica e sociale. Göbekli Tepe funge dunque da “pre-testo” remoto: un’anticipazione delle stesse logiche geometriche e simboliche che millenni dopo riemergono nel bacino del Mediterraneo, trovando in Creta (e nel disco di Festo) una delle loro espressioni più compiute e leggibili: dalle figure e assi sacri di Göbekli Tepe alle spirali-labirinto e ai 241 segni del disco di Festo fino alle forme di fondazione urbana e ai grandi complessi palaziali minoici.
Nel 1980, Meogrossi si reca a Venezia, per esser stato nominato funzionario tecnico del Ministero dei Lavori Pubblici. Vi resta fino al 1983. Un momento ideale per ritrovarsi a Venezia, all’epoca centro nevralgico del dibattito architettonico postmoderno, alimentato dalle prime Biennali di Architettura (come quella del 1980 diretta da Paolo Portoghesi, intitolata “La presenza del passato”). In questo ambiente saturo di avanguardie internazionali e visioni utopiche sul destino delle città storiche, l’intuizione dell’autore trova il suo perno nella decodifica dell’Hypnerotomachia Poliphili, il celebre volume pubblicato a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499 e attribuito a Francesco Colonna.
L’opera, secondo Meogrossi, è come una mappa geografica e filosofica: Il libro non è un semplice romanzo allegorico o un trattato estetico, ma il custode di una matrice geometrica e urbanistica codificata il cui percorso si snoda a partire da una selva oscura: Il sogno comincia in un luogo boscoso, cupo e disorientante da cui Polifilo cerca una via d’uscita. Attraverso poi lo studio delle descrizioni architettoniche del testo, Meogrossi rintraccia altresì i “segreti” della sapienza costruttiva romana: regole proporzionali, allineamenti astronomici e geometrie sacre che i costruttori antichi usavano per legare l’architettura al cosmo.
Per Meogrossi, nell’Hypnerotomachia Poliphili si intrecciano in modo programmatico tre nuclei concettuali, che lui lega con il gioco di parole ORMA-AMOR-ROMA, e con il riferimento al Palatino:
- ORMA, impronta, traccia, “matrice”geometrico-urbanistica
- AMOR, il sogno amoroso di Polifilo
- ROMA, lo sfondo implicito: la forma urbis, e in particolare il Palatino come luogo-matrice
Rete tra il Palatino e la Valle del Colosseo – disegno Piero Meogrossi
- ORMA: l’opera come “impronta” e matrice
Meogrossi parte dall’idea che l’Hypnerotomachia non sia solo narrazione, ma una codifica spaziale. Il libro custodirebbe una matrice geometrica e urbanistica, cioè una sorta di impianto di città/paesaggio ideale; la sequenza dei luoghi attraversati da Polifilo (selva, radure, giardini, recinti, corti, complessi e architettonici, templi, città, isole) corrisponde a un percorso codificato, non casuale. Questa sequenza lascia un’ ORMA: una traccia di pianta (o di più piante) leggibile in termini di: assi e direzioni; centri e polarità; cerchi, quadrati, ottagoni, croci, ecc.; soglie, passaggi, recinti successivi (come in un progetto urbanistico o paesaggistico). In altre parole, Hypnerotomachia non descrive spazi a caso: disegna, in forma narrativa, un dispositivo compositivo. Questa è l’ORMA: l’impronta strutturale, geometrica, che resta sotto il racconto.
disegno – Piero Meogrossi
- AMOR: il sogno come dispositivo ordinatore
Il secondo termine, AMOR, è il cuore esplicito del libro: Polifilo è guidato da amore (per Polia) e tutto avviene in un sogno; l’itinerario è un cammino amoroso e iniziatico: dal disorientamento della “selva oscura” verso la comprensione, verso il compimento (almeno momentaneo) dell’unione amorosa. Meogrossi vede in questo “AMOR” non solo il tema narrativo, ma il motore che ordina lo spazio: il desiderio amoroso è ciò che spinge Polifilo a progredire da uno spazio informe (bosco, selva) a spazi sempre più misurati, simmetrici, ordinati; l’eros funge quindi da principio ordinatore: l’amore, inteso all’uso neoplatonico, guida dal caos alla forma, dalla natura selvaggia alla città/architettura ideale. In chiave strutturale: il sogno amoroso è il meccanismo narrativo che permette di mettere in sequenza le “stanze” del grande progetto spaziale nascosto; l’AMOR è ciò che dà senso e direzione a quell’ORMA, che non è una geometria astratta, ma un percorso teologico, con uno scopo (l’incontro, l’epifania, la rivelazione)
- ROMA: il Palatino come matrice e chiave di lettura
Il terzo vertice del triangolo è ROMA, e in particolare il Palatino. Secondo Meogrossi, la struttura del viaggio di Polifilo ricalcherebbe, in forma traslata e mitizzata, una forma urbis riconducibile a Roma. Soprattutto, emergerebbe un riferimento privilegiato al Palatino, collina fondativa; luogo di palazzi imperiali, terrazze, giardini; e punto nodale da cui si controllano Foro, Circo Massimo, altre parti della città
Secondo Meogrossi insomma, come Dante che fa partire il suo itinerario dalla “selva oscura” (nei pressi di una topografia simbolica che allude anche al colle, all’ascesa ecc.), così l’Hypnerotomachia sembra costruire un percorso che si può “proiettare” sulla topografia di Roma antica, con centro di gravità nell’area palatina; il Palatino insomma funziona, in questa lettura meogrossiana, come “punto zero” urbano, luogo di origine da cui si diffondono assi, terrazze, giardini, recinti e modello di composizione, il modo in cui palazzi, giardini pensili, peristili e templi si dispongono sul Palatino offrirebbe una sorta di “grammatica” che l’Hypnerotomachia riarticola in forma onirica.
In questa prospettiva dunque: ROMA è il sottofondo reale, storico-urbanistico; ORMA è l’impronta di quella forma urbis, interiorizzata e rielaborata nel testo; il Palatino è il luogo-matrice da cui l’orma si diffonde, come se il sogno si staccasse da una topografia concreta e la trasformasse in paesaggio ideale, universale.
Riconoscendo che la trattatistica rinascimentale veneziana aveva ereditato e crittografato la scienza geometrica della Roma classica, Meogrossi usa questa chiave di lettura per superare il modernismo schematico, proponendo un’idea di città dove il sogno eutopico e la memoria storica convivono, dimostrando che i monumenti antichi sono organismi viventi basati su un codice geometrico universale.
Proprio partendo da questi segreti romani, l’archeotetto ne rintraccia l’applicazione sul campo. Ogni fondazione di un’antica città era un atto rituale e sacro: gli auguri definivano un orientamento primario – spesso basato sul cardo e il decumanus, o su specifici allineamenti astronomici – durante la nascita dell’insediamento. Numerosi studi topografici e archeologici, inclusi quelli dello stesso Meogrossi, hanno rintracciato nell’Axis Urbis di Roma una direttrice originaria: l’Axis Paliliarum. Questa linea geometrico-topografica virtuale attraversa i colli sacri – dal Gianicolo e dal Campidoglio fino al Palatino – legando la geografia terrestre ai transiti astrali tradizionalmente associati al 21 aprile, giorno del dies natalis della città.
I rilievi di Meogrossi dimostrano come l’Urbe non sia nata per caso, ma segua precisi criteri astronomici e topografici: questo asse virtuale era la spina dorsale invisibile attorno a cui i costruttori romani allinearono templi, fori e monumenti nel corso dei secoli:
- L’allineamento astrale: l’asse originario risulta geometricamente subordinato alla posizione e all’allineamento dei pianeti nel cielo di Roma la mattina del 21 aprile 753 a.C.
- I monumenti attraversati: questa linea ideale corrisponde topograficamente alla giacitura di un traguardo orientato di 19° NNE e taglia il nucleo centrale della Roma antica. Parte dal Santuario del Gianicolo, tocca il sito dell’antico tempo della Luna (Bocca della Verità), il Lupercale al piede del Palatino, il Labirinto nel centro del Palatino, il Tempio del Sole di Elagabalo, il Sacellum Streniae davanti al Colosseo, il centro dell’Anfiteatro Flavio, il centro della sala ottagona della Domus Aurea e così via.
- La griglia geometrica: L’Axis Paliliarum si incrocia perpendicolarmente con la via Lata (attuale via del Corso), formando una matrice virtuale che gli ingegneri romani hanno utilizzato come tracciato regolatore per la progettazione monumentale
Meogrossi non parla di una semplice linea, ma di un sistema a postazioni quantiche che unisce valori materiali e immateriali, la cui sintesi perfetta risiede nella formula palindromica Orma_Amor_Roma. Si tratta di un invito a ripercorrere le vestigia di questa geometria sacra con amore e dedizione intellettuale per leggerla come un organismo unitario tra Terra e Cielo. In questa visione, l’insediamento non nasce come mero aggregato funzionale o difensivo, ma come riflesso ordinato del cosmo: l’asse centrale funge da cardine cosmico, garantendo stabilità alla comunità. Da questi studi si deduce che, come per i Sumeri e i Babilonesi, anche per l’antico mondo romano le leggi umane fossero la trascrizione terrena dell’ordine cosmico universale, dove il diritto veniva ricevuto direttamente dagli dei per ristabilire in Terra la perfetta armonia degli astri.
Tuttavia, il “sogno meogrossiano” – caratterizzato da questa visione totale e archetipica dello spazio storico e dalla convinzione che i grandi miti classici nascondano codici topografici reali – non si ferma ai confini del Mediterraneo, ma trova un’affascinante convergenza con le tesi dello scrittore e ingegnere Felice Vinci. Nel saggio “Omero nel Baltico” (VI edizione, 2016 – Palombi Editori), il sogno si espande verso rotte geografiche inedite. Vinci sostiene che l’ambientazione dei poemi omerici appartenga all’Europa del Nord durante l’Età del Bronzo: l’isola di Odisseo corrisponderebbe alla danese Lyø, Troia alla località finlandese di Toija, e le perigrinazioni di Odisseo si sarebbero svolte tra il Mar Baltico e l’Atlantico settentrionale.
In questo quadro, la geografia omerica perde la sua finzione letteraria per rivelarsi il frutto reale di una migrazione umana: i biondi Achei, scesi dal Baltico verso il Mediterraneo a causa di un cambiamento climatico dal IV millennio a.C. in avanti, avrebbero ribattezzato i nuovi territori caldi con i nomi della patria d’origine, portando con sé i propri ricordi.
Tutto questo impianto teorico rientra nel concetto cardine di Orma: l’insieme delle tracce storiche, mitiche e geometriche seguite da Meogrossi che rendono il suo percorso scientifico sempre più visionario e, al tempo stesso, tangibile.
La ricerca di Meogrossi evidenzia come l’architettura antica, dai siti preistorici di Göbekli- Tepe alla Roma imperiale e alla Venezia rinascimentale, rappresenti un disegno unitario volto a fondare lo spazio umano attraverso l’ordine cosmico. Decodificare tali segni rivela una “matrice universale” che trascende il tempo, trasformando l’archeologia in una comprensione profonda della forma urbana.
Foto della terza giornata dello spettacolo Orma_Amor_Roma (Casa dell’Architettura, Roma 2013)
Il sogno-percorso meogrossiano dunque non è altro che un punto di arrivo convincente e affascinante, che conferma la volontà del nostro archeo-tetto visionario di descrivere non tanto un viaggio di andata, quanto piuttosto un nostos. Proprio come l’odissea di Ulisse, il cui ritorno a Itaca non è una semplice transizione geografica, ma un viaggio mentale di ricostruzione del passato e di faticosa riconquista del sé, così l’itinerario dell’architetto diventa una via di rigenerazione. Un cammino a ritroso che è memoria storica e, al tempo stesso, una vera e propria ricomposizione isidiana del proprio sé osirideo.
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Due grandi amici sia Anna che Piero, che dire complimenti ad entrambi.
A presto
Stefano De Santis grazie e grazie anche da parte di Piero Meogrossi, grazie anche per la tua arte che spontaneamente ha ispirato il fluire del mio inchiostro: https://www.periegeta.com/laffascinante-mostra-di-stefano-de-santis-lo-sguardo-e-la-materia/
Precedentemente ho inviato come commento, una citazione di Piranesi, ma non trovandola devo dedurre che non ha superato l’approvazione: proverò allora a scriverlo con parole mie magari non adeguate all’exemplum …Ritengo Meogrossi un Piranesi contemporaneo, per la straordinaria capacità di evocazione nei Disegni, per la erudizione Archeologica e sicuramente per l’ AMOROMA.
Approvati entrambi…chiedo scusa per il ritardo! Grazie per aver insistito. A volte gli impegni rubano spazio al nostro prezioso tempo dell’accoglienza. Grazie ancora, Anna Bruno
Grazie per le gentilezza e la solerzia… virtù che al Tempo dei Social sembrano contro intuitive e invece come in questo caso, danno un valore aggiunto….oltre che raddoppiare la testimonianza di stima per Piero.
Naturalmente tutto per caso ma non a caso.
Ha ragione, ma sono convinta che proprio in questo senso di umanità e di profondamente sentito che bisognerà unirsi. Perché l’unione nel bene comune è forza. Una gran bella serata a lei, caro amico di Piero Meogrossi
«Ho bisogno di produrre grandi idee e credo che se mi si ordinasse il progetto di un nuovo universo, sarei talmente matto da farlo.»
G.B.Piranesi
«Ho bisogno di produrre grandi idee e credo che se mi si ordinasse il progetto di un nuovo universo, sarei talmente matto da farlo.»
G.B.Piranesi
Grande Piero! Per me è un onore essere tuo amico!
Piero Meogrossi suo caro amico e anch’io e il nostro editore comune, Francesco, la ringraziamo di questa sua presenza. Ad maiora semper…
Grande poeta scrittore e artista (i suoi disegni sono una sintesi grafica dei suoi pensieri), l’Architetto e Archeologo Piero Meogrossi lascia un segno indelebile per come la visione, basata su dati tecnici e scientifici, raggiunga vertici che ti lanciano in uno spazio onirico.
B.Z.
Ha ragione, Piero Meogrossi è un poeta viandante…e la ringrazia molto per questa sua cara amicizia
Grande poeta scrittore e artista (i suoi disegni sono una sintesi grafica dei suoi pensieri), l’Architetto e Archeologo Piero Meogrossi lascia un segno indelebile per come la visione, basata su dati tecnici e scientifici, raggiunga vertici che ti lanciano in uno spazio onirico.
B.Z.